Un operaio al lavoro e, a destra, Sandro Venzo

Che la pressione fiscale in Italia sia arrivata a livelli insostenibili, le imprese lo denunciano da tempo. Se poi si guarda più da vicino la tassazione sul lavoro, che tocca non solo le aziende ma anche i lavoratori, si scopre che l’Italia è ben lontana dalla media europea.

“E questa volta - sostiene Sandro Venzo, componente della Giunta di Confartigianato Vicenza con delega al Lavoro - nessuno può dire che si tratta del solito lamento degli imprenditori, perché i dati sono stati messi in evidenza dalla Corte dei Conti: nel suo Rapporto annuale, infatti, essa dimostra come la pressione fiscale sia aumentata di oltre 17 punti di Pil nell’arco di un quarantennio, con un innalzamento del 67% rispetto al 1975.  E così il nostro Paese vanta il triste primato di essere ai vertici della graduatoria europea quanto a livelli di prelievo fiscale”.
Come evidenzia la stessa Corte dei Conti, inoltre, tra gli eccessi di prelievo un peso rilevante viene dal cuneo fiscale, cioè alla differenza fra il costo del lavoro a carico dell’imprenditore e il reddito netto che rimane in busta al lavoratore. “Anche qui - prosegue Venzo -  la magistratura contabile mette in luce un dato disarmante, e cioè che in Italia il 49% prelevato a titolo di contributi a carico di aziende e lavoratori, nonché di imposte a carico del lavoratore, eccede di ben dieci punti l’onere che si registra mediamente nel resto d’Europa”. Addirittura, secondo l’Ocse, i punti di “gap” sarebbero dodici.
Per questo, secondo Confartigianato, urge un intervento immediato sul costo del lavoro, che sia strutturale e che possa liberare risorse per le imprese e per i lavoratori. Anche perché nel “Piano nazionale delle riforme” governativo si parla sì di un intervento che porterebbe a una riduzione degli oneri, ma ancora non è chiaro se solo per le assunzioni di giovani e donne.
“Quello che è certo – aggiunge Venzo - è che il Governo, dopo il danno creato dall’abrogazione immediata dei voucher, deve correre ai ripari e mettere in atto strumenti flessibili a basso costo. Secondo i dati a nostra disposizione, che si riferiscono allo scenario veneto, due terzi (pari al 67,7%) dei circa 170mila ‘prestatori di lavoro accessorio’, come vengono definiti, sono stati impegnati in aziende con meno di 15 dipendenti. Il settore turistico, naturalmente, fa la parte del leone (con 60mila unità) mentre il settore manifatturiero ne ha assorbito circa 17mila (pari al 12,7%). Si pensi che nel 2016 i voucher venduti in Veneto sono stati oltre 17 milioni, il 19,8% in più rispetto all’anno precedente. Aver eliminato i voucher, quindi, sta ora costringendo le imprese, specie di alcuni settori produttivi e dei servizi, a ricorrere a strumenti alternativi che però risultano molto più onerosi, sia dal punto di vista del costo che degli adempimenti connessi”.
Un esempio lampante è quello del lavoro “intermittente” o a chiamata, che pone vincoli sia in merito all’età del lavoratore (deve avere meno di 24 anni o più di 55) e sia alle tipologie di attività, per le quali si fa ancora riferimento a una tabella delle “attività discontinue” risalente addirittura al 1923; ebbene: se un voucher costava 10 euro per ogni ora di lavoro, un lavoratore a chiamata ne costa oltre 16, cui vanno aggiunte le spese per la gestione amministrativa, che si aggirano sul 20% circa.
“Se il Governo – conclude Venzo - vuole realmente venire incontro alle esigenze delle imprese, in particolare quelle di minori dimensioni, deve prevedere nuovi strumenti di flessibilità o, quanto meno, liberalizzare il lavoro a chiamata, rendendolo meno costoso: solo in questo modo le aziende potranno rispondere alle esigenze di flessibilità del mercato. Se così non fosse, la previsione del ritorno a forme di lavoro irregolare diventerebbe praticamente una certezza”.